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martedì, novembre 30, 2010
mercoledì, novembre 03, 2010
after the beatles - volume tre (prima e seconda parte)
tracklist e link nei commentimercoledì, ottobre 20, 2010
after the beatles - volume due (prima e seconda parte)
prosegue la pubblicazione della compilation fatta apposta per voi dallo Zio Fonta e che riprende il suo post...tracklist e link nei commenti
mercoledì, ottobre 13, 2010
after the beatles - volume uno seconda parte
ecco a voi la seconda parte del primo volume della compilation fatta apposta per voi dallo Zio Fonta...tracklist e link nei commenti
giovedì, ottobre 07, 2010
ma va a ciapal in del cult!
Ormai qualsiasi stronzata venga “riscoperta”, o semplicemente riproposta, dopo un certo periodo, indipendentemente dall’effettivo valore artistico, viene definita cult, nella maggior parte dei casi, infatti, quando sento pronunciare questa parola mi girano i coglioni.
Cult è un qualche cosa di valido, che anche se, soprattutto, conosciuta da poche persone, a una certa influenza su proposte artistiche successive, e viene venerato di conseguenza.
I Crime, attivi in San Francisco alla fine degli anni settanta, rispondono a questi requisiti?
Mi sono ricordato di loro, perché in un libro, trovato a casa di un amico, ho visto delle belle locandine dei loro concerti, ( purtroppo non sono riuscito a trovarle in internet, per cui voi non le potete vedere).
La loro produzione musicale è consistita in tre singoli punk autoprodotti e dico punk perchè quando gli ho sentiti io per la prima volta, nel 1978, la combinazione era: capelli a spazzola + giubbotto in pelle = punk... avevo tredici anni e la mia cultura musicale era quello che era, adesso, dopo più di trent’anni e con internet a disposizione è facile dire, come ho letto su alcuni siti, che hanno anticipato questo e quello, che han fatto questo prima di altri, che non si identificavano con il punk, boh! Ascoltateli e poi mi saprete dire che cazzo di musica facevano se non punk, e oltretutto, non potevo nemmeno sapere che uno dei suoi componenti aveva militato nei primi Flamin’ Groovies (anche questi ultimi ai tempi ero convinto che fossero punk, perché la prima volta che gli sentii fu in una di quelle incongrue raccolte punk che potevi acquistare a 3500 lire) e le poche riviste musicali, uniformate del periodo non parlavano certo dei Flamin’ Groovies. Devo anche far notare, che chi ha “scritto” dei Crime in uno dei siti da me consultati (Scaruffi, Ondarock) ne sapeva probabilmente meno di me, visto che si è limitato ad un bel copia-incolla con l’altro.
Comunque cosa possiamo dire dei Crime? Sicuramente che erano più evoluti musicalmente della maggior parte dei gruppi punk, sono stati anticipatori dell’hardcore, anche se molto più ermetici (??), ma di certo è la loro carica esplosiva che non lascia sicuramente indifferenti, anche ascoltandoli ora riescono ad essere convincenti.
Sono veramente un gruppo di culto? L’unico omaggio che io conosca, è una cover del loro primo singolo fatto dai Sonic Youth, e non mi ricordo altre citazioni nei loro riguardi... se qualcuno conosce qualcosa d’altro me lo faccia sapere.
In ogni caso vi offro la possibilità di ascoltare i loro tre “famosi” singoli. Nei primi anni del duemila è uscita una raccolta, San Francisco’s Steel Doomed, che contiene tutte le loro registrazioni, alcune veramente di pessima qualità e non sono sicuro che ci fosse nemmeno il terzo singolo... il disco non penso sia facilmente reperibile, anche se in internet si dovrebbe trovare con facilità.
Confessione: ammetto che sto ascoltando anche io adesso il loro terzo singolo, per la prima volta, e va beh... diciamolo... qualche cosa degli X o dei Cramps può ricordarlo, ma il disco è già dell’81.
Lo Zio Fonta
venerdì, ottobre 01, 2010
after the beatles
Riflessione 1: Mentre stavo ascoltando dei vecchi dischi della fine anni ‘70, mi sono accorto che, tra i vari gruppi definiti punk o new wave, molti eseguivano una musica che adesso chiamiamo brit pop.
Riflessione 2: Dall’inizio degli anni ‘70, cioè dopo l’uscita dell’ultimo disco dei Beatles, ogni volta che un gruppo più o meno pop, produceva un qualche lavoro interessante, si finiva con il parlare della rinascita della musica pop inglese. Ma c’è mai stata una fine del british pop?
Riflessione 3: Cosa si può definire musica pop? L’originale definizione di musica pop, cioè musica popolare, a subito una trasformazione, ed ora è pop, tutta quella musica che va dalla leggera al rock e che si può definire di facile ascolto, indipendentemente dalla sua popolarità. Soprattutto negli ultimi anni, un’infinità di gruppi, anche se conosciuti da poche centinaia di persone, vengono definiti pop.
Stimolato da queste riflessioni, mi sono apprestato ad eseguire una ricerca nella musica inglese degli anni 70 80, cioè fino all’avvento dei Blur e degli Oasis, che sono stati additati come coloro che avevano resuscitato il brit pop.
Nella lista che segue, ispirata da una logica personale, e che sicuramente per molti sarà discutibile, cercherò di dimostrare che il brit pop non è morto con i Beatles, e non è rinato con gli Oasis.
Non parlerò dei vari Bowie, e Rolling ecc, perché pur non essendo musicalmente ben definibili, non si può non negare che il loro contributo alla musica pop sia notevole ma cosi sarebbe troppo facile.
After the Beatles
Quando nel maggio del 1970, usci Let It Be, era chiaro che la fase di “sperimentazione” e psichedelica, che aveva cateterizzato la musica inglese alla fine degli anni ‘60, era momentaneamente finita...già dall’ascolto della prima canzone, Two Of Us, si notava una struttura compositiva decisamente più “formale”, basti pensare al precedente Abbey Road, che iniziava con il sorprendente blues psichedelico di Come Together. In ogni caso Let It Be è un grande disco (oops! Non ho detto che stavo parlando dei Beatles, mi sembrava superfluo). Comunque già si sapeva che sarebbe stato l’ultimo loro lavoro. In seguito John Lennon si trasferì negli Stati Uniti, e la sua musica si americanizzò, mentre Paul McCartney, con gli Wings, continuò ad ampliare il discorso musicale iniziato con Let It Be.
Nei primi anni settanta, in Gran Bretagna, come nel resto del mondo, non ci furono grandi novità musicali, ma diciamo pure artistiche in generale, infatti, la maggior parte dei musicisti di questo periodo, arriva direttamente dagli anni ‘60.
Ascoltando gruppi come Kinks e Traffic, anche nei loro dischi del periodo, si sentono brani che decisamente possiamo definire pop, ad esempio Lola dei primi, e Empty Pages dei Traffic. Anche in altri ambiti musicali, come il progressive o addirittura l’hard rock, troviamo canzoni con strutture decisamente pop, ad esempio nei Supertramp o nei Genesis, che dopo i primi lavori Trespass, Foxtrot, Nursery Crime e Selling England By The Pound (sì lo so che ce né uno prima ma mi fa cagare), già in The Lamb Lies Down on Brodway la forma delle canzoni è decisamente più “classicamente” pop.
Anche i Queen dopo un inizio hard, con canzoni come Killer Queen, Lily Of The Valley, In The Lap Of The Gods, You’re My best Friends, Love Of my Life ecc., possiamo decisamente definirli pop.
Non possiamo inoltre dimenticare i Pink Floyd, con l’album The Dark Side of The Moon, che ha influenzato generazioni di gruppi pop, soprattutto dalla seconda metà degli anni ottanta, e che questo album, ha alterato la percezione di quello che viene definita musica pop. Decisamente differente dalla loro precedente produzione discografica, non lo si può che ascoltare come un album pop, addirittura (concedetemi l’azzardo), un disco di pre New wave.
Un pop decisamente più classificatamente definibile, è quello che ci proponeva Elton John, oppure gruppi come i Badfingers, una delle band più celatamente coverizzata che io conosca. Anche cantanti che precedentemente militavano in gruppi hard o blues all’inizio del decennio si reinventarono come interpreti pop, vedasi l’ottima produzione di Rod Stewart e quella leggermente infeirore di Peter Frampton (anche se tutti quelli che hanno più o meno la mia età non possono negare di aver ascoltato, decine di volte, il trashissimo Frampton Comes Alive).
Un deciso, valido, contributo alla musica pop britannica di inizio decennio ‘70 venne sicuramente da quella musica che viene definita folk, tra gli innumerevoli rappresentanti del genere possiamo citare i sottovalutati Trees, e sicuramente lo scozzese Al Stewart, che nonostante abbia prodotto ottimi album all’inizio del decennio, solo alla fine degli anni settanta raggiunse il successo con un paio di canzoni (Year Of The Cat, Time Passages). Anche ad esempio i dublinesi Thin Lizzy, un gruppo decisamente hard e blues, raggiunsero il successo riproponendo in chiave pop un tradizionale della musica folk irlandese come Whisky in the Jar.
Sull’onda del successo di Bowie sicuramente anche il glam-rock diede un notevole contributo al pop del decennio. Il massimo rappresentante, oltre a Bowie naturalmente, fu Marc Bolan, che dopo un inizio di carriera votata la folk psichedelico, con i suoi T-Rex, incise una serie di canzoni che grazie alla loro melodia accattivante, nonostante un approccio un po’ hard, entrarono di diritto nel novero della musica pop. Tra queste possiamo sicuramente ricordare Hot Love e Telegram Sam senza naturalmente dimenticare la travolgente Children Of The Revolution.
Un altro gruppo glam che merita attenzione sono sicuramente i Mott The Hoople, arrivati anche loro dagli anni sessanta, che nei primi anni del decennio con due ottimi album, All The Young Dudes ed il successivo Mott, propongono una lettura accattivante, anche se non troppo originale, del pop.
Sfruttando la popolarità del glam (e dei Queen) molti altri gruppi, di provenienza hard e sicuramente di modesto valore, si reinventarono glam-pop, come ad esempio gli Sweet o gli Slade.
Probabilmente il gruppo più originale, sia musicalmente che visivamente più influente, per il pop della successiva generazione furono i Roxy Music di Bryan Ferry e Brian Eno, dei quali i primi due album, l’omonimo Roxy Music e For Your Pleasure, sono da considerare tra le cose migliori prodotte nel periodo, anche al di fuori del solo ambito pop. Appena lasciati i Roxy e poco prima di diventare un “genio” della musica, Brian Eno, incide un disco, Here Come The Warm Jets, che possiamo decisamente considerare pop ed essendo un disco di Eno e considerando che Eno era un specie di Re Mida della musica, il disco è fantastico.
Dalla seconda metà degli anni settanta, tra i fautori del pop, possiamo anche annoverare, alcuni di quei gruppi che in seguito sarebbero stati definiti, Pub Rock Band, dei quali molti sarebbero poi stati assorbiti dal movimento punk o new wave, ad esempio i Dr. Feelgood, Vibretors ma anche i ben più famosi, Ian Dury and the Blockheads o gli Stranglers, che nonostante la loro rappresentazione visiva, sia alquanto cupa, possiamo annoverare come ottimi esempi di musica pop.
Una delle Pub Band, che sicuramente possiamo citare come pionieri del genere, sono sicuramente i Brinsley Schwarz di Nick Love. Legati sicuramente ad un rock più “tradizionale”, nei primi anni settanta hanno pubblicato un disco, che merita sicuramente un citazione, Nervous On The Road, dove non tanto le composizioni, quanto la produzione, lo differenziano dai dischi tipici dei primi anni settanta.
Alla fine degli anni settanta, con l’esplosione del punk, si sviluppò un altro fenomeno, quello delle autoproduzioni e della nascita di molte etichette discografiche indipendenti, che permisero ad un innumerevole quantità di gruppi, anche non propriamente punk, di incidere dischi che indubbiamente riscrissero l’estetica del pop britannico.
Gruppi punk della prima ora, grazie a canzoni piene di entusiasmo giovanile (alle volte anche ingenuo), produssero quello che possiamo definire pop, ad esempio i Rich Kids, 999, X ray Spex, Boys, Only Ones, Adverts, Desperate Bicycle, Magazine, Records o gli ingiustamente misconosciuti Subway Sect, ma anche in gruppi più famosi come Buzzcocks o i Police, dopo i primi singoli indiscutibilmente punk, troviamo nelle successive incisioni canzoni decisamente più “leggere”.
Sicuramente uno dei gruppi più influenti del movimento punk, i Clash, con l’uscita del disco London Calling, produssero un ottimo disco di pop, ormai riconosciuto universalmente come un capolavoro. Alla sua uscita suscitò molte perplessità, soprattutto tra i puristi del punk che parlarono di tradimento e commercializzazione ma solo ad ascoltatori superficiali poteva sfuggire che l’idea di musica dei Clash andava ben oltre la sola ritmica incalzante del punk. Infatti già nel primo album si poteva ascoltare una cover di Police & Thieves, un brano di quella musica giamaicana, che sarebbe diventata parte integrante del pop britannico, si pensi al lavoro fatto con lo ska da gruppi tipo Madness, Specials o Selecter, per citare solo i più famosi e forse migliori, o con il reggae degli UB40, e di gruppi più punk tipo Slits o Ruts.
Un discorso a parte meritano gli Ultravox e i Japan che con il loro Synth-pop, assieme a quello che viene chiamato new romantic di Adam and the Ants, influenzarono il dance pop degli anni ottanta che portò in seguito al successo, validi gruppi come Human League, New Order, Cocteau Twins, Depeche Mode o i primi Simple Minds ma anche gruppi mediocri se non addirittura pessimi, come furono Duran Duran, Spandau Ballet o Culture Club per fare qualche esempio. Al contrario, come musica di intrattenimento ma non certamente banale, possiamo citare gli Scritti Politti, che dopo un inizio politicamente impegnato, virarono su un dance pop di grande impatto.
Sicuramente possiamo riascoltare con piacere i Delta 5, Maximun Joy, gli scozzesi TV 21 e i geniali Associates.
Come musica diciamo...dance ma più vicina al Rythm & Blues (ma si diciamo cosi) non possiamo ignorare l’ottimo disco d’esordio dei Dexys Midnight Runner, o l’estrosa produzione dei Pigbag. Quest’ultimi vengono anche associati a quei gruppi che vengono definiti Art Punk, Essential Logic, Family Folder, Au Pairs, e i successivi Sound, Youn Marble Giants, Monochrome Set, Crispy Ambulance, Blue Orchids, dove l’esasperata ricerca musicale, a volte, lascia spazio ad ottimi brani di musica pop.
Un altro stile musicale che si impose alla fine del decennio, e che proseguì per buona parte degli anni ottanta, è sicuramente quello che viene definito New Psychedelic ma che possiamo definirlo come un ennesima rilettura del pop, tra i quali massimi esponenti possiamo inserire Soft Boys, Psychedelic Furs, Echo & The Bunnymen e i Teardrop Explodes di Julian Cope, che in seguito come solista ha pubblicato una manciata di buoni dischi pop. Tra questi, anche se solitamente vengono definiti gothic o pop generici, possiamo benissimo inserire i Bauhaus e Cure, che a cavallo dei decenni ’70 ’80, hanno prodotto una serie di album di notevole fattura.
Sicuramente la band del periodo che più di ogni altra è stata associata con il pop sono gli XTC, forse esageratamente esaltai in patria ma ingiustamente sottovalutati al di fuori delle isole britanniche, hanno prodotto per un decennio dei buoni dischi di quella che potremmo definire una proposta più “classica” del pop, al quale possiamo affiancare gruppi di minor successo, ma non per questo meno interessanti, come furono gli Yachts e i Pink Military di Liverpool o gli scozzesi Orange Juice.
Al pop britannico di fine decennio, non possiamo ignorare il contributo dato dai cantautorali Wreckless Eric e soprattutto Elvis Costello, il geniale pseudo swing di Joe Jackson, culminato nell’album capolavoro Night and Day, il mod revival degli Jam di Paul Weller, che in seguito negli anni ottanta con gli Style Council avrebbe proposto un pop per yuppie culturalmente avanzati, i Dire Straits che produssero un ottimo album d’esordio, le prove solistiche di Peter Gabriel e degli irlandesi Boomtown Rats e U2 del quale (quest’ultimi) ogni commento mi sembra superfluo.
Negli anni ottanta la musica pop britannica, divenne preminente nei gusti popolari, grazie all’effimero successo ottenuto da gruppi come i sopracitati Duran Duran, Spandau Ballet, gli Wham di George Micheal e molti altri che riuscirono a imporsi anche con una semplice canzone, Eurythmics, Talk Talk, A Flock of Seagulls, Teatrs for Fears, Pet Shop Boys, OMD, Thomas Dolby, Thompson Twins, Bronsky Beat, Heaven 17ecc, alcuni decenti, altri decisamente mediocri.
Nonostante l’esasperata commercializzazione del fenomeno, anche in questo decennio possiamo trovare delle buone cose. Nell’ambito del pop che definiamo più classico, sicuramente le cose migliori le possiamo ascrivere agli Smith, ma sicuramente anche l’album d’esordio degli Stone Roses, preceduto da due o tre singoli e uscito sul finire del decennio, va annoverato tra le cose migliori del pop degli anni ottanta. Altri gruppi sul finale della decade hanno prodotto dei buoni dischi come i The La’s e i Ride che penso vadano citatati, e anche gli A.R.Kane con l’album 69, meno “classico” dei precedenti (il loro è un ottimo dream pop di grande impatto) che anticipa il lavoro dei successivi gruppi di shoegazing tipo Slowdiven o My Bloody Valentine, che nonostante inizino la loro carriera alla fine degli ottanta, sono indiscutibilmente legati al decennio successivo.
Anche gli Happy Mondays, prima di votarsi completamente alla dance music, con il loro album d’esordio (ha un titolo lunghissimo, che sinceramente non ricordo), ci offrono un ottimo disco di pop.
Più legati alla precedente new wave, vanno ricordati, i New Modely Army, con il loro album Bittersweet, che ci offrono un arguta lettura del pop, oppure il raffinato lavoro di David Sylvian e sicuramente i già citati Julian Cope e Style Council.
Non possiamo in fine dimenticarci gli ottimi lavori dei Pogues e dei Waterboys, che attualizzarono e rivitalizzarono quella musica folk che in fin dei conti è il punto di partenza di quello che oggi definiamo british pop music.
Negli anni ottanta le mie preferenze musicali, erano indirizzate oltreoceano ma un giorno dei primi anni novanta, non mi ricordo né dove né come, sentii che quella sera un misconosciuto gruppo inglese si esibiva in una discoteca nell’hinterland milanese, non mi ricordo il nome del locale ma era a San Donato (forse). Mi piace ricordarmi che fosse stata una notte nebbiosa, ma non sono neppure sicuro che fosse inverno, comunque dopo aver convinto qualche amico ad accompagnarmi ci apprestammo all’affannosa ricerca di questa discoteca (i navigatori satellitari non erano ancora in commercio, e ovviamente TuttoCittà ignorava completamente quella landa desolata) dove si sarebbe svolto il concerto. Giunti finalmente nei pressi, avvistammo uno sparuto gruppo di persone che si apprestavano ad entrare nel locale e che evidenziarono la nostra agognata meta. Il pubblico, formato sì e no da duecento persone, accentuò le precedenti perplessità degli amici che mi avevano accompagnato...la domanda più frequente che mi facevano era “Ma chi cazzo sono questi che suonano?” o variando “Ma che cazzo suonano questi?”. Poi il concerto finalmente cominciò e nessuno ebbe più perplessità e, che cazzo, erano i Blur.
Rileggendo il tutto, mi sono accorto di aver dimenticato molta “roba” ma ho scritto tutto praticamente a memoria, consultando semplicemente i dischi in mio possesso e il tutto si basa su esperienze di ascolto personale. Perciò ogni consiglio o segnalazione è benaccetta.
Lo Zio Fonta
tracklist e link nei commenti
lunedì, aprile 26, 2010
perle ai porci
Ian Fraser Kilmister, come molti innovatori della musica rock, nasce a Londra, alla fine del 1945. La sua carriera musicale, comincia negli anni sessanta, militando in una serie di gruppi, che rifiutando i dettami della moda corrente, evitano psichedelica, e pop rock di ispirazione beatlesiana, suonando un duro rythm’n’blues, che in seguito si sarebbe chiamato hard rock.
Nella seconda meta degli anni sessanta, diventa roadie di Jimi Hendrix, ed è appunto da qui che comincerà ad apprezzare la forza creativa della psichedelia, e ispirato sia dagli eccessi che dall’arte di Jimi, creerà il suo stile, duro sporco e cattivo, non che, la sua tecnica sopraffina di suonatore di basso, fatto di accordi e non solo di singole note ritmiche. Sempre in questo periodo, sembra che adotti il suo soprannome, Lemmy.
Addentratosi nel music business, nel 1969, forma il suo primo gruppo, di una certa importanza, i Sam Gopal, col quale inciderà un discreto LP di hard rock psichedelico, Escalator, che per quando sia un discreto disco, non si differenzia da prodotti simili del periodo, Vannilla Fudge, Grand Funk Railroad tra gli altri.
Dal 1971 al 1974 milita negli Hawkwind, il gruppo che probabilmente ha inventato lo Space rock. La sua entrata nel gruppo viene evidenziata, da una maggior durezza nel suono. L’album migliore è sicuramente Doremi Fasol Latido.
Dopo quattro anni di collaborazione, durante una tournee in Canada, Lemmy viene arrestato per droga (come sono severi in Canada! Anche i Rolling, mi sembra, più o meno nello stesso periodo hanno avuto un problemino simile), e probabilmente, anche per altri dissensi precedenti, viene licenziato dagli Hawkwind.
Ed è cosi che nel 1975, forma il gruppo che gli darà la fama mondiale, non che gli permetterà di rivoluzionare l’hard rock. Il gruppo è un trio che più classico non si può, basso chitarra batteria.
In un primo momento il gruppo, eufemisticamente, doveva chiamarsi Bastard, ma poi, prendendo il nome dall’ultima canzone composta da Lemmy per gli Hawkwind, si chiamo definitivamente MOTORHEAD.
Sì proprio i Motorhead, il gruppo più sottovalutato e disprezzato, dai cultori della musica, me compreso.
Confusisi tra le decine di gruppi, che proprio in quel periodo, alla fine degli anni ’70, stavano reinventando l’hard rock trasformandolo in heavy metal, hanno avuto la sfortuna di essere etichettati come un gruppo di genere, ma le affinità con gruppi tipo gli Iron Maiden e simili, si fermano solo sull’iconografia, per quanto riguarda la musica invece la si può quasi vedere più simile al punk ( che bestialità!!).
Ascoltando i primi dischi dei Motorhead, le differenze con gli altri gruppi heavy del momento, sono più che evidenti, già dal canto, dove la voce di Lemmy, corrosa da anni di stravizi, contrasta nettamente da quella dei suoi colleghi, che dei virtuosismi vocali ne fanno una ragione di vita, i ritornelli pseudo pop, tipici di Iron Maiden o Saxon ad esempio sono totalmente assenti, e la musica stessa non lascia spazio a gigionerie varie, solo ritmo duro e puro, nei decenni successivi saranno fonte d’ispirazione per trash metal e speed metal, gli stessi Metallica forse non sarebbero quello che sono se prima non ci fossero stati i Motorhead.
A trent’anni di distanza, si può giungere alla conclusione che probabilmente erano più sinceri e più veri i Motorhead, di decine di gruppetti punk ribelli nati nello stesso periodo.
Non posso far altro che rimandarvi all’ascolto di Overkill che è il secondo album, e mi sembra il migliore, ma anche il primo, Motorhead, è un grande cattivo disco.
Lo Zio Fonta
venerdì, aprile 23, 2010
it's only rock'n'roll
Negli ultimi tempi, a causa di varie vicissitudini, delle quali non voglio certo tediarvi raccontandovele, mi sono trovato psicologicamente inadeguato, a recepire entusiasticamente, alcun tipo di musica.
Di conseguenza mi sono ritrovato a randomizzare musica a caso (leggesi pure a cazzo), e in questo bailamme di suoni, all’improvviso, sentendo un paio di brani, ho trovato l’ispirazione per consigliarvi un disco. Sicuramente tutti lo conoscerete, ma non so se sinceramente tutti lo abbiate ascoltato con la giusta attenzione. Già immagino, lo storcimento di naso di molti di voi, anche tra gli stessi redattori del blog, ma che ci volete fare, chi ha avuto circa quattordici anni quando gli ho avuti io, quando sente questo disco, un minimo di reminescenza nostalgica, non può non venire.
Sicuramente, Ritchie Blackmore, non è un genio e probabilmente, come molti dicono nemmeno un grande chitarrista, niente a che vedere con il contemporaneo Jimmy Page geniale e virtuoso.
Però, nonostante questo, è riuscito a fare Deep Purple In Rock.
Tralasciando la copertina che tutti conosciamo, dedichiamoci alla musica. Il disco si apre, con una cinquantina di secondi di “rumore” musicale, che sfuma in un dolce incedere di organo, introducendo il vero e proprio attacco di Speed King, e qui è capelli lunghi e sudore, un ritmo incalzante e travolgente, accompagna un testo di demenza sublime, “Good Golly, said little Miss Molly When she was rockin' in the house of blue light /Tutti Frutti was oh so rooty /When she was rockin' to the east and west/ Lucille was oh so real /When she didn't do her daddies will /Come on baby, drive me crazy--do it, do it”, ogni traduzione mi sembra superflua, l’essenza dell’hard rock, un brano seminale. La successiva Bloodsucker è un altro brano incalzante di hard blues elettrico, impreziosito dai pacati virtuosismi vocali di Gillan (si chiama cosi? Non ricordo bene ma mi sembra di sì.) E cosa dire, di Child in Time, dove il solito Gillan, in un canto struggente, viene accompagnato da una dolcissima melodia, senza stare troppo a sottilizzare, che questa melodia e la stessa di Bombay Calling degli It’s a Beautiful Day (non ho il disco sottomano, ma non mi ricordo che i Deep ne facciano cenno, nelle note di copertina, magari non ricordo io), dopo un po’, comunque, accade il dramma, e tutti si incazzano Gillan compreso, che comincia ad urlare come un eunuco, e la musica ritorna ad essere travolgente, poi gradualmente si ritorna all’iniziale melodia, e cosi finisce il primo lato.
Giriamo, virtualmente (che bello, essere nel 2010 e poter usare queste abusate parole futuriste, o futuribili? Bah!), ad ogni modo, il secondo lato, si apre con un interminabile ed abbastanza anonima Flight of the Rat, dico anonima, perche sono io che sono difficile, diciamo che ha un riff un po’ facilotto, comunque dopo un tre o quattro minuti diventa abbastanza coinvolgente, segue il blues di In To The Fire, del quale il martellante ritmo, e martellante non in senso metaforico, ma l’idea è proprio quelle di sentire un carpentiere che pianta chiodi, ti porta in una specie di arcana tribale trance danzereccia. Se ho definito Flight Of the Rat anonima, non so proprio che aggettivo si possa usare per Living Wreck... diciamo che è probabilmente la canzone più melodica, dove anche Gillan risulta fin troppo pacato, una specie di Maria Callas che canta Quel mazzolin di fiori in tram, oltre al ritornello si fa notare un incongruo vento elettrico, quattro minuti e mezzo che più o meno passano velocemente. Con la finale Hard Lovin Man siamo nell’Hard Blues Psichedelico, e come poteva mancare un po’ di psichedelia alla fine degli anni sessanta?... ci viene restituito il Gillan che amiamo di più, quello sempre un po’ sopra le righe, un Freddy Mercury invasato dal testosterone, anche gli altri componenti della band danno sfogo alle loro fantasie più recondite, regalandoci sette minuti di energia pura, il buon Blackmore chiude il disco, con un Hendrixiano assolo.
A discapito della mia, giuro involontaria, ironia, un disco che va ascoltato, assieme ad i primi Black Sabbath, sicuramente tra i più influenti, per la musica hard ed heavy. In America nello stesso periodo gruppi come i Blue Cheer, o i MC5 e altri, o in Inghilterra gli stessi Led Zeppelin, rileggevano anche loro il rock in chiave più hard, ma loro erano molto più intellettuali, e le loro influenze avrebbero preso altre direzioni. E che cazzo qui stiamo parlando, di rock alcool e figa.
Lo Zio Fonta
venerdì, marzo 12, 2010
the london blues
Precisazione: ascoltando, in questi giorni, vecchi dischi, non ho potuto fare a meno di notare, la costante presenza, nelle varie registrazioni, del giovane Eric Clapton, e questa cosa mi ha fatto riflettere, sulla sua eccezionale e folgorante giovane carriera, e di come, adesso, venga considerato poco più che un buon mestierante.
Queste, riflessioni, mi hanno ispirato una ricerca, tra i vari dischi, un po’ per curiosità, un po’ anche per il piacere di ascoltare questi “vecchi” capolavori.
Il giovane Eric Patrick Clapton, dopo un’infanzia ed un’adolescenza un po’ problematica (potete consultarvi su internet per maggiori delucidazioni), si innamora della chitarra e della musica blues, e ben presto, nella solita Londra in pieno fermento musicale, comincia a suonare in vari gruppi più o meno validi, ma la sua perizia lo porta appena diciottenne, nel 1963 a diventare membro degli Yardbirds (a questo indirizzo potete trovare più o meno tutti i dischi del quale parlo), sicuramente uno dei gruppi inglesi più importanti della storia del rock, non inferiori a Beatles o Rolling Stones. La sua permanenza negli Yardbirds, dura due anni, col quale registra tre dischi di ottimo blues e rhythm'n'blues, compreso il favoloso live con Sonny Boy Williamson, che uscirà successivamente, ed un disco più rock, For your Love, di cui l’omonimo singolo diede il meritato successo al gruppo, ma la virata quasi pop non convinse Eric Clapton, che abbandonò il gruppo, sostituito da Jeff Beck e così si risparmiò la penosa partecipazione a SanRemo.
Appena ventenne, si associò con forse il massimo esponente del blues moderno, John Mayall, ed insieme incisero quel capolavoro che è Blues Breakers with Eric Clapton.
Nel 1966, assieme al bassista Jack Bruce ed al batterista Ginger Backer, formò i Cream, dei quali, l’energia della sessione ritmica, gli fa ora additare come uno dei gruppi percussori dell’hard rock.
I Cream incidono: Fresh Cream, Disraeli Gears, Wheels Of fire ed infine Goodbye, che insieme al live pubblicato successivamente ne fa indubbiamente uno dei gruppi più influenti della storia del rock.
In questo periodo diventerà anche amico di un altro chitarrista, il grande Jimi Hendrix, che appena giunto a Londra, verrà aiutato, da Clapton e Pete Towshend, ad affermarsi. In seguito la morte di Hendrix colpi molto Clapton. Nel settanta, apriva tutti i concerti suonando Little Wing in onore dell’amico scomparso.
La sua fama lo porta collaborare con diversi artisti, possiamo trovare la sua chitarra, in un brano del White Album dei Beatles, in Lumpy Gravy di Zappa, nonché nel Live in Toronto di John Lennon ed in altri che però adesso non ricordo.
Scioltisi i Cream, alla fine degli anni sessanta, collabora con l’amico Steve Winwood, col quale aveva già inciso un singolo, nel ’66, a nome Powerhouse, ed assieme a Ginger Backer formano i Blid Faith, che con l’anonimo album, incidono uno dei dischi più belli di rhythm'n'blues di tutti i tempi, nel quale anche le canzoni di più facile ascolto, come Can't Find My Way Home o Presence of the Lord, sono di livello superlativo. Dopo una serie di concerti, Clapton, abbandona i Blind Faith, e si unisce ai coniugi Delaney & Bonnie, un gruppo di soul country e southern rock, con il quale va in tournee. Da questi concerti verrà registrato un bel disco, Delaney & Bonnie On Tour with Eric Clapton, e sempre coi Delaney & Bonnie, nel 1970, registra il suo primo disco solista, a nome Eric Clapton, un disco non certo imperdibile.
Alla fine del 1970 Clapton forma i Derek and the Dominos, ai quali si aggiunge Duan Allmon, giunto in studio solo per conoscere Clapton, ma entusiasmato dal progetto, contribuisce con la sua chitarra, soprattutto la slide, a creare quel capolavoro che è Layla and Other Assorted Love Songs, un disco che nonostante sia doppio riesce ad essere convincente fino alla fine, e dove su tutte le canzoni prevale la title track Layla con il suo iniziale riff incalzante, ed il suo struggente finale.
Dopo i live con i Derek, inizia il periodo più critico per Clapton, oltre ai problemi con la droga si aggiunge la tragica morte, in un incidente motociclistico, dell’ormai amico Allmon. Il periodo di crisi dura per molti mesi, e sarà Pete Towshend, a prodigarsi per risollevare Clapton, organizzando un concerto, incoraggiando il suo rientro sulla scena musicale. A questo concerto collaborano tra gli altri Steve Winwood e Ronnie Wood, e ne verrà tratto un disco live, Eric Clapton's Rainbow Concert, e qui vi consiglio di cercare la versione del ventesimo anniversario, recuperata dai bootleg, perché è indubbiamente più completo, ed è un buon disco, mentre invece l’originale di solo sei canzoni (mi sembra) è un disco veramente insignificante.
Negli anni ’70 Clapton, dà avvio alla sua carriera solista, pubblicando quattro o cinque dischi, di medio livello, le cose migliori sono forse i due live, E. C. Was Here del 1975 e Just One Night del 1980, dove riesce a rivitalizzare anche dei brani che in studio erano un po’ scarsi...mi ricordo addirittura di aver trovato Blues Power nei Juke Box (per chi non lo sapesse, il Juke Box, era una specie di lavatrice, che veniva collocata negli angoli più remoti dei bar, ed inserendo una moneta, diffondevano, con una pessima amplificazione, il più delle volte distorta, della musica più o meno di successo). Comunque nei settanta, si può dargli merito di aver dato visibilità alle composizioni di un grande autore, J.J.Cale, riproponendo alcuni suoi brani come Cocaine o Afther Midnight, e di aver scoperto tra i primi la canzone di un autore giamaicano, un certo Robert Nesta Marley, registrando I Shot the Sheriff già nel 1974.
Negli anni ottanta Clapton ritornerà a proporre un blues più classico, ma talmente edulcorato che io lo definisco pop blues, e chissà se nel suo progressivo declino, avrà mai ripensato, a quando accusava gli Yardbirds di essere diventati troppo commerciali.
In ogni caso, è innegabile, nonostante il declino degli ultimi decenni, che Eric Clapton, è stato una delle figure più importanti e influenti nella storia della musica rock.
Ciao. Lo Zio Fonta.
venerdì, febbraio 19, 2010
sympathy for the devil
In questi giorni ho ascoltato con piacere il disco The Jeffrey Lee Pierce Project We Are Only Riders, un tributo a J.L. Pierce leader dei Gun Club. Il progetto è indubbiamente interessante, perché al contrario dei soliti tributi, dove vengono riproposte versioni più o meno valide di canzoni conosciute, in questo caso vengono presentate composizioni inedite, recuperate da demo registrati dallo stesso Pierce, rese purtroppo impubblicabili dalla scarsa qualità (una canzone è stata editata ed è Lucky Jim).
Bello, ma dove è il blues dei Gun Club? Dove è il “Sympathy for the Devil”?
Verso la fine degli anni sessanta, quando gli afroamericani, abbandonarono il blues, e si lanciarono verso ritmi più liberatori come soul o funky (senza dimenticare che già da una ventina di anni, con il jazz avevano rivoluzionato la musica americana, ma questa è un'altra storia...) del blues se ne impossessarono i bianchi, e nel giro di pochi anni lo trasformarono in quello che ora chiamiamo rock, mentre dove mantennero le strutture del blues più classico, fecero un’opera di ripulitura, via la ruvidezza del canto stentoreo, depurazione delle strumentazioni ecc….rendendo il blues praticamente musica pop.
All’inizio degli anni ottanta Pierce e i suoi Gun Club, nella loro genialità folle e drogata, riportarono il blues alle “origini”, traghettando il punk nel delta del Mississippi, dando una potenza elettrica a Robert Johnson, restituendo al demonio la sua musica.
Sicuramente We are Only Riders è un buon disco, ma se volete sentire i Gun Club, dovete ascoltare i Gun Club e Fire Of Love vi metterà in diretto contatto con il diavolo.
Lo Zio Fonta
l'artwork sopra è di Sarah Carrier
Bello, ma dove è il blues dei Gun Club? Dove è il “Sympathy for the Devil”?
Verso la fine degli anni sessanta, quando gli afroamericani, abbandonarono il blues, e si lanciarono verso ritmi più liberatori come soul o funky (senza dimenticare che già da una ventina di anni, con il jazz avevano rivoluzionato la musica americana, ma questa è un'altra storia...) del blues se ne impossessarono i bianchi, e nel giro di pochi anni lo trasformarono in quello che ora chiamiamo rock, mentre dove mantennero le strutture del blues più classico, fecero un’opera di ripulitura, via la ruvidezza del canto stentoreo, depurazione delle strumentazioni ecc….rendendo il blues praticamente musica pop.
All’inizio degli anni ottanta Pierce e i suoi Gun Club, nella loro genialità folle e drogata, riportarono il blues alle “origini”, traghettando il punk nel delta del Mississippi, dando una potenza elettrica a Robert Johnson, restituendo al demonio la sua musica.
Sicuramente We are Only Riders è un buon disco, ma se volete sentire i Gun Club, dovete ascoltare i Gun Club e Fire Of Love vi metterà in diretto contatto con il diavolo.
Lo Zio Fonta
l'artwork sopra è di Sarah Carrier
domenica, febbraio 07, 2010
black and white
Quando si accosta la musica black al rock, le prime cose che vengono in mente sono la fusion e il rhythm'n'blues, in ogni caso una musica ritmica e accomodante. Alla fine degli anni ’70 James White (alias James Chance), ribaltando ogni convenzione, produce una fusion estrema, che sarà il faro guida per la new wave dei primi anni ottanta, cioè quella musica che il critico musicale Simon Reynolds ribattezzerà post-punk (per un accurato approfondimento, non posso che consigliarvi la lettura del libro Post - punk 1978-1984, per l’appunto di Simon Reynold, dove oltre a numerosi e gustosi aneddoti, viene dipanata un’esaustiva storia di un periodo di grande fermento musicale).
Dobbiamo a questo punto fare una digressione storico musicale: a cavallo degli anni ’60/’70, la musica black veniva integrata nel rock, ad esempio gruppi come Animals, Yardbirds nonché Rolling Stones, proponevano nuove riletture del blues, mentre dall’altra parte musicisti jazz portavano l’elettricità rock nella loro musica creando la fusion, vedasi Wather Report o addirittura Miles Davis, del quale il massimo esempio è sicuramente il disco Bitches Brew. Con il proseguire degli anni settanta, queste comunanze di musiche, persero via via scambievolezza, a parte alcune eccezioni, la musica black virando verso la sottovalutata disco music, mentre il rock si fece sempre più auto compiacente, e forse inconsapevolmente un po’ razzista, gruppi progressive e hard rock andavano a cercare le loro origini musicali in improbabili maestri ultrasecolari, ma anche senza andare a prendere questi “alti” esempi, le prime incisioni punk, epuravano il loro essenziale rock’n’roll di ogni influenza “blues”. Ma fu proprio il punk, consapevole, già alla fine del ’77 di “non avere futuro”, a cercare soluzioni musicali alternative. Non si può dimenticare che già nel primo LP i Clash proponevano un brano reggae, e da lì a poco tempo il dub sarebbe entrato prepotentemente nella loro musica, o gruppi come Jam o Pop Group, per citare i più famosi, affondavano chiaramente le loro radici nella musica black, senza dimenticare il bellissimo disco soul dei Dexys Midnight Runners Searching For The Young Soul Rebels ( menzione particolare), e da lì a poco tempo lo ska sarebbe entrato a far parte della musica pop inglese. Anche in America gruppi come i Talking Heads, Pere Ubu, e molti altri tra cui James Chance, cercando ispirazione al di fuori del rock, con le loro soluzioni alternative, riuscirono a dare nuova linfa ad una musica precocemente imbolsita.
Devo ammettere, che la prima volta che ascoltai, nel 1979, Buy Contortions di James Chance, rimasi un pochino perplesso, ma bisogna capirmi, ero un adolescente neofito ascoltatore razzista musicale, avevo da poco appreso i Pink Floyd, Led Zeppelin ecc. ecc. che di colpo era esploso il punk, portandomi una nuova estetica musicale, ed ora tutto era da rifare. Ora non posso che guardare con gioia a quel periodo di stravolgimenti musicali, che hanno fatto di me un ascoltatore eclettico, che non si preclude nessun genere.
A distanza di più di 20 anni, e migliaia di dischi sentiti, ritengo, Buy Contortions imprescindibile, sicuramente un disco estremo, non di facile ascolto, una follia fusion, dove il canto tragico punk è accompagnato da una sincopata ritmica soul, ma sicuramente è il sassofono ad essere preminente, ed è appunto il sassofono che è legato ad un filo continuo newyorkese, che va dal free jazz di Ornette Coleman passando, per il troppo presto scomparso, Albert Ayler, fino per l’appunto a James Chance, ed è questa comunanza tra free jazz, soul e punk a renderlo un disco unico.
Non si può non menzionare il successivo Off White, questo a nome James White, anche se non si può definire successivo, perche se non sbaglio è uscito nel medesimo periodo di Buy Contortions, comunque diciamo che è la versione dance, in ogni caso vi consiglio l’ascolto di tutti e due.
Ciao Lo Zio Fonta
sabato, gennaio 16, 2010
the ghosts of the past
Come sempre, incuriosito da ogni cosa che, il nostro Wayne Coyne produce, ho ascoltato The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing The Dark Side of the Moon.
Devo ammettere, con una punta di rammarico, che è un buon disco, sì l’ho ammetto avrei voluto scrivere che è un disco inutile, e trascurabile, ma invece l’opera di smitizzazione compiuta, al contrario di altre cover del medesimo disco, dove l’intento era quello di riprodurre le stesse sensazioni dell’originale, ne fanno un prodotto quasi nuovo ed autentico, come se a suonarlo fossero stati dei Pink Floyd, meno pieni di se stessi e un po’ più amanti dell’arte che stavano proponendo.
Ciao, lo Zio Fonta
venerdì, gennaio 15, 2010
faust, faust 1971
Si avvicina un violento vento elettronico, dal retrogusto di fallout, in lontananza una persona urla. Un solitario pianista suona delle sincopate note, ma all’improvviso, dalla finestra aperta, irrompono le note di una banda di strada, un po’ dixieland e un po’ non si sa cosa, poi arriva un treno, ma no! È un coro! Comunque dopo un attimo di smarrimento la banda continua a suonare. Alcuni elementi della banda, annoiati si fermano, ed assieme ad alcuni amici, che non si sa bene da dove arrivano, forse dallo spazio, improvvisano una space rock band, qualcuno prova addirittura a cantare. Arriva un’astronave, o forse è il fallout, si porta via tutti, e rimangono solo poche parole, ed un rumore silenzioso. Il pianista torna a suonare, ma un’astronave porta via anche lui, o forse è semplicemente un incidente sul lavoro, comunque, improvvisamente come è tornato scompare. Ed ecco di colpo tornano tutti a salutarci. Il nostro amico pianista, torna a trovarci, ma questa volta lo hanno messo a suonare dentro una fabbrica, o forse è una fonderia, in ogni caso gli attrezzi meccanici hanno il sopravvento, probabilmente, per farsi sentire meglio, si fa aiutare da un amico con un organo, ma poi l’amico sembra impazzire, allora stanco si unisce ad una band di musica psichedelica, e dopo un po’ si scatena il rock’n’roll. Dalla finestra, sempre aperta, sembra arrivare un temporale, qualcuno per strada, non volendosi bagnare si rifugia in una chiesa, dove suona un organo. Dopo un po’, l’organista, sicuramente è un prete, influenzato da lisergiche ingerenze, o forse da Miss Fortune, sì non può essere che lei, quella persona che si è rifugiata nella chiesa, se ne và per suonare in una rock band. Dopo un po’, tornano gli amici alieni, e tutti assetati se ne vanno in una birreria (chiamasi kneipe in Germania) dove un’orchestrina quasi minimalista, accompagnata da uno stentoreo tenore, intrattiene gli avventori, hei! Ma c’è anche il nostro pianista nell’orchestrina...ciao, ben tornato! Poi la musica perde un po’ di coerenza, per cui per dargli un senso alcuni elementi della band si uniscono all’orchestrina. All’improvviso tutti se ne vanno e rimane solo e triste il pianista, con qualche avventore ubriaco, che cerca di intonare un coro. Qualcuno con improbabili strumenti cerca di intonare Louie Louie, ma intanto dove sono finiti tutti, sono a casa di Miss Fortune, dove prima di addormentarsi, accompagnati da una chitarra, e forse anche da una canna, declamano versi, concludendo con il profetico “and at the end realize that / nobody knows / if it really happened” ( e alla fine rendersi conto che / nessuno sa / se è successo davvero).Già, 5 anni prima, nel 1967 i Velvet Underground, avevano dato una rilettura meno “ludica” del rock’n’roll, e in alcune delle loro composizioni, la tipica canzone trascendeva in opera musicale. Ma dove con i Velvet, l’estetica artistica del momento, imponeva la figura del musicista prevalente nel rock, con i Faust, nell’Europa post rivoluzionaria e collettivista dei primi anni ’70, è la musica stessa ad essere protagonista. Infatti, i componenti dei Faust sono sempre in secondo piano nei confronti della musica, rimanendo anonimi per diverso tempo, anche adesso se mi chiedete chi sono i componenti della band faccio fatica a rispondervi. Ribaltando, completamente, l’idea del Faust di Goethe, dove l’anima è ceduta per giungere al successo, qui è l’opera stessa ad essere anima, ma allo stesso tempo anche corruttrice.
Ci sarebbe, sicuramente, molto altro da scrivere su questo disco, l’anticipazione di quello che verrà chiamato Lo-Fi, le varie ricerche musicali, che danno un senso di crossover a tutto il disco…ecc.ecc. Ma non posso fare altro che consigliarvi di ascoltarlo, è sicuramente uno dei miei dischi preferiti, anche il successivo So Far è altrettanto imperdibile.
Ciao, lo Zio Fonta
martedì, dicembre 22, 2009
canzoni dal decennio vol. 1 - Lo Zio Fonta selecta
Whatever Happened To My Rock'n'roll (Punk Song) Black Rebel Motorcycle ClubBad, Bad World Firewater
Poe Poe Xiu Xiu
Lollipop Lady Les Georges Leningrad
Wolf Song Patrick Wolf
Tropical Iceland Fiery Furnaces
Modern Music Black Mountain
Eleven Forward Russia
Radio/Video System Of A Down
Did you see the words Animal Collective
Hey Chicken Loose Fur
Katrina Black Lips
Mansard Roof Vampire Weekend
Cant Say No Thomas Function
Colourful Life Cajun Dance Party
The Believers Fol Chen
martedì, dicembre 15, 2009
post moderno 2
L'aggressione a Berlusconi: un gesto postmoderno
Premettendo, che ogni violenza politica in una democrazia è deprecabile, e che con questo mio scritto non voglio nè giustificare, nè spiegare politicamente il gesto del signor Tartaglia, ma semplicemente fare una riflessione artistica sul gesto medesimo.
Questo nuovo corso dell’attentato politico, che possiamo definire post moderno, ha preso l’avvio circa due anni fa quando Mountazer Al Zaidi lanciò la famosa scarpa verso G. Bush...non un uovo, un ortaggio o la solita pallottola, ma un oggetto semplice che tutti abbiamo addosso, una scarpa, anche se ha già degli illustri precedenti, vedi Nikita Khruscev. La scarpa è per l’appunto un oggetto che tutti abbiamo, perciò per quanto percussore di uno stile, la banalità dell’oggetto lo rende apparentemente un gesto istintivo. Ma una statuetta del Duomo di Milano! Chi gira con una statuetta del Duomo in tasca? Addirittura chi è residente in Milano o zone limitrofe possiede una statuetta del Duomo? È per l’appunto questo oggetto kitsch, che rende sublime, da punto di vista artistico il gesto stesso, dando un aspetto surreale ad un gesto indiscutibilmente drammatico.
Sicuramente di questa storia verrà evidenziato il lato politico, già i mass media il giorno dopo parlano di un’escalation di violenza, lo stesso Tartaglia, nella sua stupidità, non sarà mai consapevole, del pathos visivo della sua azione.
Ciao alla prossima lo Zio Fonta
Questo nuovo corso dell’attentato politico, che possiamo definire post moderno, ha preso l’avvio circa due anni fa quando Mountazer Al Zaidi lanciò la famosa scarpa verso G. Bush...non un uovo, un ortaggio o la solita pallottola, ma un oggetto semplice che tutti abbiamo addosso, una scarpa, anche se ha già degli illustri precedenti, vedi Nikita Khruscev. La scarpa è per l’appunto un oggetto che tutti abbiamo, perciò per quanto percussore di uno stile, la banalità dell’oggetto lo rende apparentemente un gesto istintivo. Ma una statuetta del Duomo di Milano! Chi gira con una statuetta del Duomo in tasca? Addirittura chi è residente in Milano o zone limitrofe possiede una statuetta del Duomo? È per l’appunto questo oggetto kitsch, che rende sublime, da punto di vista artistico il gesto stesso, dando un aspetto surreale ad un gesto indiscutibilmente drammatico.
Sicuramente di questa storia verrà evidenziato il lato politico, già i mass media il giorno dopo parlano di un’escalation di violenza, lo stesso Tartaglia, nella sua stupidità, non sarà mai consapevole, del pathos visivo della sua azione.
Ciao alla prossima lo Zio Fonta
post moderno 1
Le parole dei soldi: JR, un romanzo postmoderno
È uscito in Italia, dopo 35 anni dalla sua pubblicazione originale JR. di William Gaddis, quello che è considerato uno dei massimi esponenti della letteratura statunitense, nonostante la sua produzione consista solo di 5 pubblicazioni, uscite più o meno a scadenza decennale.Gaddis pubblica il suo capolavoro, JR, venti anni dopo il suo primo romanzo, The Recognitions (Le perizie in italiano), che probabilmente a causa della sua cripticità, non riscosse nessuna attenzione, anche se ora viene considerato un precursore di quella beat generation, che ebbe i suoi massimi esponenti in Jack Kerouac e William Burroughs. Nei venti anni successivi, come succede spesso a molti artisti, Gaddis si barcamena tra vari lavori, soprattutto in campo pubblicitario, ma è in questi anni, che concepisce quella follia letteraria che è JR, e che ne fa uno dei maggiori autori del post modernismo a pari di DeLillo e Pynchon.
Già nell’aspetto visivo, JR, può far paura, un librone di più di novecento pagine, quando poi si comincia a leggerlo lo sconforto si accentua, perche ci si rende conto, che sono novecentoventi pagine di dialoghi, dove non esiste nessun tipo di voce narrante, dove non ci sono nemmeno capitoli, solo a volte, viene inserito un piccolo paragrafo descrittivo, che fa sfumare una scena in un'altra, con una tecnica, che può apparire più musicale che letteraria. Oltretutto, non sempre, si capisce subito chi stia parlando e con chi, anche se proseguendo nella lettura si riesce ad intuire i vari protagonisti dei dialoghi. Dialoghi che sono iperrealistici, perciò se in una scena ci sono più di tre persone, non è detto che tutti parlino della stessa cosa, addirittura può capitare che qualche d’uno si metta a parlare al telefono. L’iperrealismo dei dialoghi, si contrappone alla surrealita ed alla comicità delle varie situazioni, ad esempio la scuola dove studia JR, impartisce solo lezioni audiovisive tramite televisione, o lo stesso JR, un ragazzino di una decina di anni un po’ stupidotto, che capendone i meccanismi base diventa un mago della finanza.
Spigare la trama, risulta un po’ complicato, tra professori tecnologici, manager, artisti falliti ed a una serie innumerevole di personaggi, possiamo però dire, come si vede chiaramente dalla copertina, che è un libro che parla di soldi, anche se le divagazioni dalla trama principale sono infinite.
Dopo l’iniziale sconforto, quando si riesce a districarsi tra i meccanismi della narrazione, la lettura è tutt'altro che faticosa, anzi diventa veramente piacevole e divertente, sicuramente non è un libro per abituali lettori di best seller, ma non posso non consigliarlo agli amanti della Letteratura.
Lo Zio Fonta
giovedì, dicembre 10, 2009
time may change me, but I can't trace time / 3
Terza e ultima parte del mono_tema dello Zio Fonta dedicato a Bowie. Buona lettera e buon ascolto...
Alla fine della tournee promozionale di Alladin Sane, in modo altamente teatrale, Bowie si sveste dei panni di Ziggy, ponendo fine in modo più che simbolico al personaggio che gli ha dato successo. Ormai sa che il glam è alla fine, sa che il pubblico si stufa di cliché troppo ripetitivi e lui ormai è un maestro, nonché artefice dello show business, perciò uccide Ziggy per rinascere un nuovo Bowie.
Diamond Dogs del 1974 ci mostra un David Bowie evidentemente incerto in quale direzione portare la sua musica ,anche se il tema del disco, un pasticce tra i "Ragazzi selvaggi" di Burroughs e il "1984" di Orwell, dove una razza di mezzi uomini e mezzi cani sopravissuti all' full out e controllati da un grande fratello intuisce la direzione "filosofica" della new wave, dove la paura, ma anche un’accettata supremazia della tecnologia, farà da traino a molte correnti musicali dei primi anni ottanta. Nella prima canzone dell'album, la title track, si possono ancora sentire degli accenni di glam rock, ed anche nella seguente mini suite composta da Sweet Thing e da Candidate, dove però si può anche notare una nuova direzione del canto ed è probabilmente la cosa migliore dell'album. In 1984 e in BigBrother si possono anche sentire degli accenni di funky, soprattutto nella prima, ma le due canzoni che più hanno riscosso successo sono state l'accativante "rock'n'roll “whit me" e il singolo Rebel Rebel dove un riff di chitarra degno dei Deep Purple si fà piacere. Il successo del disco, più che dalle canzoni, è dovuto al tour faraonico che accompagnò la promozione dell'album dal quale fu tratto il discreto live David Live.
Quello che ci si presenta alla svolta del decennio è un nuovo Bowie. Abbandonati i pailettes e zatteroni, si presenta con un look più cupo, che non influenzerà certo lo stile del suo disco, Young Americans, che come si capisce dal titolo è un disco di musica americana dove si trovano canzoni funky, rhythm'n' blues e addirittura disco music, con interferenze elettroniche che rendono il disco un po' confuso. Non mancano di certo delle buone canzoni, come la title track o Win, Fascination o il singolo Fame ma l'insieme sembra tutto un po’ artificioso e gli inserti dei vari session men non fanno altro che accentuare questa sensazione di incompletezza. Il disco, che lascia un pò perplessi i fans per il cambiamento decisamente troppo radicale, vende piuttosto bene ed il singolo arriva al primo posto nelle classifiche USA.
Bowie nel 1976 per poter interpretare un film si trasferisce in California e qui comincia una fase drammatica della sua vita. L'abuso di droga lo porta ad avere deliri paranoici che fanno temere per la sua sanità mentale e che lo porteranno a vivere isolato nel suo appartamento assediato da pusher e creditori vari. Nel pieno di questi deliri realizza le session di registrazione del disco successivo, Station To Station. In seguito dirà: "So di averlo registrato a Los Angeles perché l'ho letto da qualche parte"…realtà o un’altra maschera? Il nuovo Bowie che resuscita subito dopo è un nuovo personaggio, che si definirà il duca bianco, impeccabile con pantaloni neri e camicia bianca, immerso nell'alienazione tecnologica ed il disco che realizza è un nuovo capolavoro.
Dove quello che in Young Americans non era riuscito,qui riesce alla perfezione, dove rock, black music ed elettronica si amalgamano creando le basi per la musica dei successivi dieci anni almeno. Le invenzioni musicali di gruppi tedeschi come i Kraftwerk e Neu vengono miscelate con musica soul. Il cocktail è perfetto già dalla prima canzone, la title track, si viene rapiti da questa musica, la ripetitiva chitarra che ricorda l'incedere di un treno, viene accompagnata da una ritmica incalzante e da un canto caldo sostenuto in alcuni punti da cori che sembrano disco, dando allo stesso tempo un’idea di musica dance e di musica elettronica e nonostante i dieci minuti la canzone sembra finire in un attimo. GoldenYears, Tvc15 e Stay sono tutte allo stesso modo coinvolgenti mentre Word On a Wing e Wild Is The Wind fanno qualche concessione in più alla melodia ma non per questo perdono di efficacia. Sicuramente, come hanno detto molti critici, non ha inventato niente nuovo, prendendo musica un po' qua e un po' la, ma quello che esce da questo commistione è indubbiamente qualche cosa di diverso. L'influenza di Bowie sulla new wave viene solitamente attribuita ai due album successivi, ma quando si ascoltano i Talking Heads non può non venire in mente Station to Station.
Nella nuova tournee abbandona tutti gli eccessi passati, si avvale di scarne scenografie e di luci al neon bianche, accentuando la fredda immagine del nuovo decadente tecnologico Bowie.
Trasferitosi alla fine dell'anno nella Germania tanto decantata nel precedente album, nel 1977 apre quello che probabilmente è il suo ultimo grande periodo musicale, pubblicando ben due dischi e producendone altri due per un altro suo mito che ha fatto resuscitare, Iggy Pop, appena uscito da un istituto di igiene mentale e che dopo una decina di anni con i dischi the Idiot e Lust For Life ritroverà un più che meritato successo.
Registrato negli ultimi mesi del 1976, uscito poi nel 1977, Low è sicuramente un album ancora più elettronico del precedente, senza però abbandonare le ritmiche afroamericane ma sono le strumentazioni ad essere più tecnologiche. Comincia così anche la collaborazione con Brian Eno che proseguirà anche per i seguenti due album. Il canto perde la sua predominanza, ci sono canzoni solo strumentali ed altre dove il cantato è solamente accennato. Il disco comincia appunto con un brano strumentale la ,ancora oggi, futuristica ballata Speed Of Life dove è un potente synth a dettare la ritmica. Breaking Glass è un funky tecnologico, What In The World è un altra ballata elettronica dove però oltre al synth è la chitarra a prevalere. La successiva Sound And Vision è un brano di disco music spersonalizzato dall'elettronica. Always Crashing In The Same Car può sembrare un brano di classico rock americano trasformato dall' elettronica. Chiude il primo lato A New Career In A New Town, dove si sente anche il suono dell'armonica e può essere definito un brano di folk elettronico strumentale. Cambiando lato si nota immediatamente la netta differenza: ad un primo lato ritmico armonico a tratti giocoso si contrappone un secondo lato cupo dark e a momenti gotico, il canto scompare quasi completamente come la ritmica. Solo nella prima Warszawa un accennato tormentato coro accompagna una musica minimalista. Minimalismo e un senso di oppressione sono anche i tratti principali della seguente Art Decade. Weeping Wall mantenendo un continuum di cupezza viene però arricchita da una maggiore strumentazione ed è sicuramente in questi pezzi che si sente maggiormente l'influenza di Eno. Alcune cose ricordano infatti Another Green World ma dove li era il verde a risplendere, qua è il degrado della civiltà a tingere tutto di nero. A chiudere il disco è Subterraneans dove la opprimente cupezza "ambient" della prima parte viene interrotta da un inserimento di un sax quasi jazzistico, e da un accennato canto che può quasi essere concepito come liberatorio. Bowie non è mai stato politicizzato. Negli anni '70 il movimento per la liberazione omosessuale gli aveva chiesto di diventare suo portavoce e lui si era categoricamente rifiutato. A parte qualche discutibile affermazione neo nazista (un’altra maschera?) e alcuni riferimenti al degrado della civiltà nei suoi dischi (vedi Diamond Dogs) Bowie non aveva mai preso posizioni socio-politiche ma in Low, forse influenzato dal vivere a Berlino a contatto con l'imminenza del problema, non si può non notare la metafora della contrapposizione tra est e ovest. Ad un lato A dance ritmico e tratti giocoso spensierato, l'occidente, si contrappone per l'appunto il lato orientale cupo e oppresso dalla mancanza di libertà.
Alla fine del 1977 esce Heroes, l'ultimo grande capolavoro di Bowie che ripropone la struttura del precedente, un primo lato più cantato ed un secondo lato strumentale. Alla registrazione partecipa anche Robert Fripp, uno dei più innovativi chitarristi degli anni '70 e di conseguenza la chitarra è molto più presente che nel precedente album. Infatti dove Low si apriva con il sinth, Beauty And The Beast la prima canzone di questo album, un r'n'b elettronico, si apre con la chitarra ed è sempre la chitarra ad aprire la seguente Joe the Lion, che è un brano decisamente rock, ma è il rock del futuro prossimo che verrà poi ripreso da gruppi come Bauhaus, Ultravox ed altri e ne faranno la base della loro produzione. Heroes penso che non meriti nessun commento, essendo ormai uno standard del ventesimo secolo a pari di canzoni come My way, Volare, La Via En Rose ecc… tutti almeno una volta ci siamo sentiti eroi per un giorno sentendo questa canzone. Sons Of The Silent Age è l'inevitabile seguito romantico della precedente Heroes dove il sapiente sax introduce il bellissimo canto di Bowie. Blackout è un dance rock in bilico tra melodia e energia, V-2 Schneider è un brano difficilmente classificabile, dove, ad un iniziale basso dall' incedere disco, vengono contrapposti il sax swing di Bowie ed il sinth che danno al brano un incertezza tra disco music e soul tecnologico. Nel secondo lato si torna alle cupe atmosfere della seconda parte di Low, il tetro suono organistico di Sense Of Doubt viene introdotto da una specie di vento elettronico, che qua e la riappare tra i due suoni ,organo e synth , che si sovrappongono e si alternano, scompare, di nuovo come nel precedente album, totalmente la ritmica. Il vento elettronico ci porta al brano successivo Moss Garden, nel quale il sinth è semplicemente accompagnato da degli accordi di koto (leggendo sulle note del disco di questo koto mi sono domandato cosa fosse…è una specie di cetra lunga due metri a tredici corde) ed appunto questo koto rende Moss Garden una specie di brano new age etnico. Il solito vento elettronico (ma forse pensandoci meglio potrebbe essere un oggetto volante…boh!!!) ci introduce a Neukoln, dove al rumorismo iniziale si inseriscono accordi di sax free jazz, synth funebre e poco altro, ma la sapienza di Bowie lo rendono un brano monumentale dove lo straziante sax del finale ci fa precipitare nell'innaspettato The Secret Life Of Arabia e qui torna la ritmica ed il canto, e fuggendo dalla fredda Europa si arriva nel solare sud, con un rock contaminato da "world music" dove ritmi etnici accompagnano la chitarra di Fripp. Un genere che sarà più prevalente nel successivo disco e che sarà sviscerato negli anni '80 e '90 da diversi musicisti tra Africa e Sud America.
Con Heroes Bowie raggiunge sicuramente l'apice della sua carriera che già dal successivo disco mostra chiari segni di decadimento. Lodger esce nel 1979 dopo la pubblicazione del monumentale live Stage ed è sicuramente un disco sottovalutato, nonostante contenga delle buone canzoni. In apertura si presenta come un prodotto più convenzionale infatti abbondano canzoni abbastanza semplici e anonime, come l'iniziare Fantastic Voyage o il rockettino Red Sails, ad altri brani banalmente pop. Le cose migliori sono i brani dove si tentano delle ricerche nella world music: Yassassin, Red Money e Repetition. In ogni caso sicuramente non un album imperdibile.
Trasferitosi di nuovo in America, nel 1980 pubblica Scary Monster, dove ogni velleità "avanguardistica" viene abbandonata per dare spazio a una musica pop rock non troppo ispirata, nel quale solo tre o quattro canzoni meritano di essere citate: Ashes to Ashes, discreto disco pop dove viene riesumato il vecchio Major Tom, il singolo (se non mi ricordo male) Fashion, un buon brano disco music e la cover di Kingdom Come di Tom Verlaine cantore di quella new wave del quale lo stesso Bowie è stato un pioniere e poco altro.
Negli anni '80 la discografia di Bowie si perde in inutili album disco pop, da Let's Dance fino al penoso Never let Me Down, ad un esperienza a cavallo del decennio di hard-rock con i Tin Machine del quale, nonostante un entusiasmo iniziale, non è rimasta memoria nel tempo. Nei '90 riesce a produrre ancora un paio di buoni album, Outside nel 1995 e Earthing nel 1997 che però adesso non ho voglia di ascoltare…è piu di due giorni che sto ascoltando solo Bowie, comincio ad essere saturo ;-)
In conclusione, a dispetto di quello che dicono i suoi detrattori, i meriti che vanno ascritti a David Bowie sono molti, tra gli altri di aver influenzato almeno due generazioni di musicisti e di aver assimilato le esperienze avanguardiste degli anni '70 trasformandole in musica pop per gli anni '80 (sarà poi un merito questo??!!??). Sicuramente il merito più grande sono quei sette o otto album che tutti amiamo da sempre.
Un saluto dal vostro zio Fonta
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Alla fine della tournee promozionale di Alladin Sane, in modo altamente teatrale, Bowie si sveste dei panni di Ziggy, ponendo fine in modo più che simbolico al personaggio che gli ha dato successo. Ormai sa che il glam è alla fine, sa che il pubblico si stufa di cliché troppo ripetitivi e lui ormai è un maestro, nonché artefice dello show business, perciò uccide Ziggy per rinascere un nuovo Bowie.
Diamond Dogs del 1974 ci mostra un David Bowie evidentemente incerto in quale direzione portare la sua musica ,anche se il tema del disco, un pasticce tra i "Ragazzi selvaggi" di Burroughs e il "1984" di Orwell, dove una razza di mezzi uomini e mezzi cani sopravissuti all' full out e controllati da un grande fratello intuisce la direzione "filosofica" della new wave, dove la paura, ma anche un’accettata supremazia della tecnologia, farà da traino a molte correnti musicali dei primi anni ottanta. Nella prima canzone dell'album, la title track, si possono ancora sentire degli accenni di glam rock, ed anche nella seguente mini suite composta da Sweet Thing e da Candidate, dove però si può anche notare una nuova direzione del canto ed è probabilmente la cosa migliore dell'album. In 1984 e in BigBrother si possono anche sentire degli accenni di funky, soprattutto nella prima, ma le due canzoni che più hanno riscosso successo sono state l'accativante "rock'n'roll “whit me" e il singolo Rebel Rebel dove un riff di chitarra degno dei Deep Purple si fà piacere. Il successo del disco, più che dalle canzoni, è dovuto al tour faraonico che accompagnò la promozione dell'album dal quale fu tratto il discreto live David Live.
Quello che ci si presenta alla svolta del decennio è un nuovo Bowie. Abbandonati i pailettes e zatteroni, si presenta con un look più cupo, che non influenzerà certo lo stile del suo disco, Young Americans, che come si capisce dal titolo è un disco di musica americana dove si trovano canzoni funky, rhythm'n' blues e addirittura disco music, con interferenze elettroniche che rendono il disco un po' confuso. Non mancano di certo delle buone canzoni, come la title track o Win, Fascination o il singolo Fame ma l'insieme sembra tutto un po’ artificioso e gli inserti dei vari session men non fanno altro che accentuare questa sensazione di incompletezza. Il disco, che lascia un pò perplessi i fans per il cambiamento decisamente troppo radicale, vende piuttosto bene ed il singolo arriva al primo posto nelle classifiche USA.
Bowie nel 1976 per poter interpretare un film si trasferisce in California e qui comincia una fase drammatica della sua vita. L'abuso di droga lo porta ad avere deliri paranoici che fanno temere per la sua sanità mentale e che lo porteranno a vivere isolato nel suo appartamento assediato da pusher e creditori vari. Nel pieno di questi deliri realizza le session di registrazione del disco successivo, Station To Station. In seguito dirà: "So di averlo registrato a Los Angeles perché l'ho letto da qualche parte"…realtà o un’altra maschera? Il nuovo Bowie che resuscita subito dopo è un nuovo personaggio, che si definirà il duca bianco, impeccabile con pantaloni neri e camicia bianca, immerso nell'alienazione tecnologica ed il disco che realizza è un nuovo capolavoro.
Dove quello che in Young Americans non era riuscito,qui riesce alla perfezione, dove rock, black music ed elettronica si amalgamano creando le basi per la musica dei successivi dieci anni almeno. Le invenzioni musicali di gruppi tedeschi come i Kraftwerk e Neu vengono miscelate con musica soul. Il cocktail è perfetto già dalla prima canzone, la title track, si viene rapiti da questa musica, la ripetitiva chitarra che ricorda l'incedere di un treno, viene accompagnata da una ritmica incalzante e da un canto caldo sostenuto in alcuni punti da cori che sembrano disco, dando allo stesso tempo un’idea di musica dance e di musica elettronica e nonostante i dieci minuti la canzone sembra finire in un attimo. GoldenYears, Tvc15 e Stay sono tutte allo stesso modo coinvolgenti mentre Word On a Wing e Wild Is The Wind fanno qualche concessione in più alla melodia ma non per questo perdono di efficacia. Sicuramente, come hanno detto molti critici, non ha inventato niente nuovo, prendendo musica un po' qua e un po' la, ma quello che esce da questo commistione è indubbiamente qualche cosa di diverso. L'influenza di Bowie sulla new wave viene solitamente attribuita ai due album successivi, ma quando si ascoltano i Talking Heads non può non venire in mente Station to Station.
Nella nuova tournee abbandona tutti gli eccessi passati, si avvale di scarne scenografie e di luci al neon bianche, accentuando la fredda immagine del nuovo decadente tecnologico Bowie.
Trasferitosi alla fine dell'anno nella Germania tanto decantata nel precedente album, nel 1977 apre quello che probabilmente è il suo ultimo grande periodo musicale, pubblicando ben due dischi e producendone altri due per un altro suo mito che ha fatto resuscitare, Iggy Pop, appena uscito da un istituto di igiene mentale e che dopo una decina di anni con i dischi the Idiot e Lust For Life ritroverà un più che meritato successo.
Registrato negli ultimi mesi del 1976, uscito poi nel 1977, Low è sicuramente un album ancora più elettronico del precedente, senza però abbandonare le ritmiche afroamericane ma sono le strumentazioni ad essere più tecnologiche. Comincia così anche la collaborazione con Brian Eno che proseguirà anche per i seguenti due album. Il canto perde la sua predominanza, ci sono canzoni solo strumentali ed altre dove il cantato è solamente accennato. Il disco comincia appunto con un brano strumentale la ,ancora oggi, futuristica ballata Speed Of Life dove è un potente synth a dettare la ritmica. Breaking Glass è un funky tecnologico, What In The World è un altra ballata elettronica dove però oltre al synth è la chitarra a prevalere. La successiva Sound And Vision è un brano di disco music spersonalizzato dall'elettronica. Always Crashing In The Same Car può sembrare un brano di classico rock americano trasformato dall' elettronica. Chiude il primo lato A New Career In A New Town, dove si sente anche il suono dell'armonica e può essere definito un brano di folk elettronico strumentale. Cambiando lato si nota immediatamente la netta differenza: ad un primo lato ritmico armonico a tratti giocoso si contrappone un secondo lato cupo dark e a momenti gotico, il canto scompare quasi completamente come la ritmica. Solo nella prima Warszawa un accennato tormentato coro accompagna una musica minimalista. Minimalismo e un senso di oppressione sono anche i tratti principali della seguente Art Decade. Weeping Wall mantenendo un continuum di cupezza viene però arricchita da una maggiore strumentazione ed è sicuramente in questi pezzi che si sente maggiormente l'influenza di Eno. Alcune cose ricordano infatti Another Green World ma dove li era il verde a risplendere, qua è il degrado della civiltà a tingere tutto di nero. A chiudere il disco è Subterraneans dove la opprimente cupezza "ambient" della prima parte viene interrotta da un inserimento di un sax quasi jazzistico, e da un accennato canto che può quasi essere concepito come liberatorio. Bowie non è mai stato politicizzato. Negli anni '70 il movimento per la liberazione omosessuale gli aveva chiesto di diventare suo portavoce e lui si era categoricamente rifiutato. A parte qualche discutibile affermazione neo nazista (un’altra maschera?) e alcuni riferimenti al degrado della civiltà nei suoi dischi (vedi Diamond Dogs) Bowie non aveva mai preso posizioni socio-politiche ma in Low, forse influenzato dal vivere a Berlino a contatto con l'imminenza del problema, non si può non notare la metafora della contrapposizione tra est e ovest. Ad un lato A dance ritmico e tratti giocoso spensierato, l'occidente, si contrappone per l'appunto il lato orientale cupo e oppresso dalla mancanza di libertà.
Alla fine del 1977 esce Heroes, l'ultimo grande capolavoro di Bowie che ripropone la struttura del precedente, un primo lato più cantato ed un secondo lato strumentale. Alla registrazione partecipa anche Robert Fripp, uno dei più innovativi chitarristi degli anni '70 e di conseguenza la chitarra è molto più presente che nel precedente album. Infatti dove Low si apriva con il sinth, Beauty And The Beast la prima canzone di questo album, un r'n'b elettronico, si apre con la chitarra ed è sempre la chitarra ad aprire la seguente Joe the Lion, che è un brano decisamente rock, ma è il rock del futuro prossimo che verrà poi ripreso da gruppi come Bauhaus, Ultravox ed altri e ne faranno la base della loro produzione. Heroes penso che non meriti nessun commento, essendo ormai uno standard del ventesimo secolo a pari di canzoni come My way, Volare, La Via En Rose ecc… tutti almeno una volta ci siamo sentiti eroi per un giorno sentendo questa canzone. Sons Of The Silent Age è l'inevitabile seguito romantico della precedente Heroes dove il sapiente sax introduce il bellissimo canto di Bowie. Blackout è un dance rock in bilico tra melodia e energia, V-2 Schneider è un brano difficilmente classificabile, dove, ad un iniziale basso dall' incedere disco, vengono contrapposti il sax swing di Bowie ed il sinth che danno al brano un incertezza tra disco music e soul tecnologico. Nel secondo lato si torna alle cupe atmosfere della seconda parte di Low, il tetro suono organistico di Sense Of Doubt viene introdotto da una specie di vento elettronico, che qua e la riappare tra i due suoni ,organo e synth , che si sovrappongono e si alternano, scompare, di nuovo come nel precedente album, totalmente la ritmica. Il vento elettronico ci porta al brano successivo Moss Garden, nel quale il sinth è semplicemente accompagnato da degli accordi di koto (leggendo sulle note del disco di questo koto mi sono domandato cosa fosse…è una specie di cetra lunga due metri a tredici corde) ed appunto questo koto rende Moss Garden una specie di brano new age etnico. Il solito vento elettronico (ma forse pensandoci meglio potrebbe essere un oggetto volante…boh!!!) ci introduce a Neukoln, dove al rumorismo iniziale si inseriscono accordi di sax free jazz, synth funebre e poco altro, ma la sapienza di Bowie lo rendono un brano monumentale dove lo straziante sax del finale ci fa precipitare nell'innaspettato The Secret Life Of Arabia e qui torna la ritmica ed il canto, e fuggendo dalla fredda Europa si arriva nel solare sud, con un rock contaminato da "world music" dove ritmi etnici accompagnano la chitarra di Fripp. Un genere che sarà più prevalente nel successivo disco e che sarà sviscerato negli anni '80 e '90 da diversi musicisti tra Africa e Sud America.
Con Heroes Bowie raggiunge sicuramente l'apice della sua carriera che già dal successivo disco mostra chiari segni di decadimento. Lodger esce nel 1979 dopo la pubblicazione del monumentale live Stage ed è sicuramente un disco sottovalutato, nonostante contenga delle buone canzoni. In apertura si presenta come un prodotto più convenzionale infatti abbondano canzoni abbastanza semplici e anonime, come l'iniziare Fantastic Voyage o il rockettino Red Sails, ad altri brani banalmente pop. Le cose migliori sono i brani dove si tentano delle ricerche nella world music: Yassassin, Red Money e Repetition. In ogni caso sicuramente non un album imperdibile.
Trasferitosi di nuovo in America, nel 1980 pubblica Scary Monster, dove ogni velleità "avanguardistica" viene abbandonata per dare spazio a una musica pop rock non troppo ispirata, nel quale solo tre o quattro canzoni meritano di essere citate: Ashes to Ashes, discreto disco pop dove viene riesumato il vecchio Major Tom, il singolo (se non mi ricordo male) Fashion, un buon brano disco music e la cover di Kingdom Come di Tom Verlaine cantore di quella new wave del quale lo stesso Bowie è stato un pioniere e poco altro.
Negli anni '80 la discografia di Bowie si perde in inutili album disco pop, da Let's Dance fino al penoso Never let Me Down, ad un esperienza a cavallo del decennio di hard-rock con i Tin Machine del quale, nonostante un entusiasmo iniziale, non è rimasta memoria nel tempo. Nei '90 riesce a produrre ancora un paio di buoni album, Outside nel 1995 e Earthing nel 1997 che però adesso non ho voglia di ascoltare…è piu di due giorni che sto ascoltando solo Bowie, comincio ad essere saturo ;-)
In conclusione, a dispetto di quello che dicono i suoi detrattori, i meriti che vanno ascritti a David Bowie sono molti, tra gli altri di aver influenzato almeno due generazioni di musicisti e di aver assimilato le esperienze avanguardiste degli anni '70 trasformandole in musica pop per gli anni '80 (sarà poi un merito questo??!!??). Sicuramente il merito più grande sono quei sette o otto album che tutti amiamo da sempre.
Un saluto dal vostro zio Fonta
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giovedì, dicembre 03, 2009
giochi olimpici: il biathlon
Ieri ha finalmente preso il via, con la prima gara femminile, la stagione di uno degli sport attualmente più avvincenti, il biathlon, che consiste in una gara di sci di fondo intervallata da sessioni di tiro con la carabina. Purtroppo in Italia, come molti altri sport, è una disciplina completamente ignorata, e non ha nessun tipo di visibilità. Ieri ad esempio il canale digitale sportivo della Rai, in concomitanza con la gara, stava trasmettendo una partita di bigliardo...nel resto dell’Europa, esclusi i paesi latini e la Gran Bretagna che non vantano una grande tradizione di sport alpini, è uno degli sport maggiori ed ha addirittura ampliamente sorpassato, nel gradimento lo sci di fondo classico. Ad esempio, in Germania la principale rete tv trasmette le dirette di tutte le gare, con grande copertura, fino ad avere immagini personalizzate. Lo scorso anno in Svezia, Helena Jonnson, vincitrice della coppa del mondo, è stata premiata sportiva dell’anno, precedendo un certo Zlatan Ibraimovic.Nonostante questo la nostra migliore rappresentante, la coraggiosa Michela Ponza, riesce ad essere nelle migliori dieci del mondo. Anche ieri, senza avere una preparazione atletica sufficiente, è riuscita a piazzarsi ottava riuscendoci con la sua abilità al tiro. È probabilmente una delle migliori visto che può vantare un record di più di quaranta gare senza errori, a sopperire allo scarso rendimento nel fondo, sicuramente se a febbraio avrà la giusta forma potrebbe addirittura essere una delle poche medagliste azzurre.
Questa sera, comincia anche la stagione maschile, dove si potrà rivedere all’opera uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi, il grande Ole Einar Biorndalen, probabilmente il più titolato atleta al mondo. Il suo palmares: 5 volte campione olimpico, 14 volte campione del mondo, 6 volte vincitore della coppa del mondo, 19 vittorie di Coppe di specialità (8 nella sprint; 5 nell'inseguimento; 5 nella partenza in linea; 1 nell'individuale), 88 vittorie in gare di Coppa del Mondo, Campionati Mondiali e Olimpiadi, in gare individuali, 153 volte sul podio in gare di Coppa del Mondo, Campionati Mondiali e Olimpiadi, in gare individuali, 20 vittorie e 45 volte sul podio in gare di staffetta, 1 vittoria in gara di Coppa del Mondo di sci di fondo nella 15 km, insomma un mostro. Eppure la peculiarità delle gare non lo fanno mai partire come favorito, le variabili, soprattutto nelle sessioni di tiro, rendono sempre incerto fino alla fine l’andamento della competizione, ad esempio nella gara di oggi vengono pronosticati circa 30 favoriti. Il grande Ole oltre al biathlon, ha anche due altre passioni, la moto e la montagna, di conseguenza, è facile incontrarlo in estate che scorazza sulle nostre alpi, senza che nessuno lo infastidisca, essendo praticamente sconosciuto nel nostro paese.
Per chi fosse interessato vi segnalo il sito della federazione internazionale di biathlon che è realizzato molto bene e si possono seguire in tempo reale le gare compresa la sessione di tiro almeno 10 secondi prima delle immagini televisive (in tv le gare vengono trasmesse su Eurosport, canale 210 SKY).
Ciao, lo Zio Fonta
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